damianibenniroccellajazzLetture che non ti aspetti, pagine di storia ingiallite dal tempo che sono come un calcio sugli stinchi. Dolorosi ricordi di quando eravamo noi il popolo errante d’Europa: poveri, affamati, desiderosi di una vita normale, di un riconoscimento sociale difficilissimo in patria e praticamente impossibile all’estero. Sciami di povera gente, attratti dal miraggio di un riscatto sociale; milioni di disperati in fila nella speranza di passare le visite mediche (a Messina, a Napoli, a Genova) e ottenere così un visto per un futuro di auspicata prosperità. È passato poco più di mezzo secolo da quando gli indesiderati eravamo noi; e noi lo abbiamo già dimenticato. Sul palco dell’auditorium di RoccellaJazz sfilano le storie dei calabresi, dei veneti, dei lucani che attraversavano i confini di un Paese allora poverissimo in cerca di un miraggio lavorativo da elemosinare in stati impreparati ad accoglierci. Brutti, sporchi, cattivi, portatori di malattie e rovinatori della razza: così ci vedevano gli osservatori dell’epoca che commentavano i bastimenti colmi di speranza infrante e sogni scaduti. Descrizioni folli ma reali di un’epoca vicinissima nel tempo ma già sepolta dietro muri di vergogna, innalzati per nascondere un passato vissuto sulla loro pelle dai nostri padri e dai nostri nonni. Pagine oscure di una memoria scomoda in cui i gazzettieri d’oltreoceano (così come quelli della civilissima Europa) si lanciavano in filippiche xenofobe contro la manovalanza italiana ingaggiata da caporali senza scrupoli direttamente sui moli di sbarco, per i lavori più umili; quei lavori che gli americani, gli australiani o gli svizzeri non volevano più eseguire perchè troppo pericolosi, o semplicemente troppo discussosi. C’è il pubblico delle grande occasioni – quello che ha fatto fatica a vedersi in questa trentesima edizione di Rumori Mediteranei – a seguire il racconto scomodo di “Va fuori Straniero”, recitato da un ispiratissimo Stefano Benni sul palco dell’auditorium roccellese; e c’è il pianoforte ipnotico di Danilo Rea ad accompagnare le lettere autentiche dei testimoni di un’epoca dimenticata. Testimonianze dolorose dei maltrattamenti subiti da tanti nostri connazionali a causa di tradizioni diverse importate forzosamente in pianeti estranei ed ostili incapaci, almeno inizialmente, di metabolizzare il flusso continuo dei nuovi arrivi. Stragi dimenticate, maltrattamenti da girone dantesco e razzismo spicciolo per una pagina di storia che nulla sembra avere insegnato all’italica e smemorata gente. E così mentre Stefano Benni recita le paure di un migrante settentrionale per “l’accoglienza” ricevuta all’arrivo in Australia, il centinaio di disperati Kurdi sbarcati a Riace non più tardi di un paio di giorni fa, ringrazia il cielo per essere scampato ai rimpatri forzati perpetrati dalla nostra “civilissima” repubblica ai danni di persone che non chiedono altro che una possibilità. Ne più e ne meno di quello che facevano i nostri avi. Storie che fanno male, che rinverdiscono la vergogna dell’opera Sila a Rosarno: la rivolta dei migranti e la folle reazione della popolazione della città della Piana, per una ferita ancora aperta che Rumori Mediterranei – senza nominarla mai – non può, e non vuole, dimenticare. Oggi si chiude, con “la via dolorosa” dei fratelli Mancuso all’auditorium. Poi il gran finale di questa meravigliosa edizione di RoccellaJazz con l’amarcord di “Rocellanea” con tre vecchi amici del festival – Gianluigi Trovesi, Paolo Fresu e Paolo Damiani – che si riuniscono per richiamare alla memoria un miraggio splendido nato per caso trenta anni fa e che, nonostante tutto, riesce a resistere; anche in una terra come la Locride, ultima sgangherata ruota di un paese sull’orlo di una crisi di nervi.

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