anna mongiardo nel 1969 a 30 anniSabato prossimo, 21 novembre 2015, ricorre il primo anniversario della morte della scrittrice calabrese Anna Mongiardo (Sant’Andrea Apostolo dello Jonio 1939-2014). L’Università delle Generazioni ha inviato settimane fa lettere raccomandate al Sindaco di Sant’Andrea, al Sindaco e alla Biblioteca delle Donne di Soverato per invitarli a organizzare un evento in ricordo di questa donna che ha significato molto nelle letteratura italiana e nell’emancipazione femminile. Non c’è stata finora alcuna risposta, né forse poteva essere attesa, visti e considerati i tempi stretti per la quasi imminente data dell’anniversario e i tempi lunghi o lunghissimi della Pubblica Amministrazione. Cosicché si spera che, prima o poi, il suo paese natìo e/o la città dove ha frequentato l’istituto magistrale e la Biblioteca delle Donne vogliano ricordare Anna Mongiardo che dovrebbe essere studiata almeno nelle scuole calabresi per la forte e profetica valenza espressa come donna e come scrittrice. Intanto, l’Università delle Generazioni propone un affettuoso e struggente ricordo scritto dal fratello Salvatore, anch’egli scrittore, nonché “filosofo delle donne”, scolarca della Nuova Scuola Pitagorica di Crotone.

IN RICORDO DI MIA SORELLA ANNA

anna mongiardo scrittura mia - copertinaAlla fine del 1964 mi sono laureato in giurisprudenza a Messina con una tesi in diritto internazionale su L’appartenenza alla Nazioni Unite datami dal professor Ludovico Maria Bentivoglio. Il suo assistente, Fanara, era stato in Germania per alcune ricerche presso il Max Plank Institut di Heidelberg e non faceva che magnificare l’ambiente di studi tedesco per la serietà e capacità. Le laudi della Germania venivano anche dal Magnifico Rettore Salvatore Pugliatti, vero luminare della musica e del diritto. E, come se non bastasse, si univa a quelle lodi il Preside della Facoltà Angelo Falzea, gran giurista e professore di diritto privato, autore della Teoria della rilevanza degli atti volontari nel diritto. Falzea, superato ormai il secolo di età, spero possa vivere tanto da vedere realizzato il Ponte sullo Stretto, quindi almeno un altro secolo.

Io ero scontento dell’ambiente meridionale che sentivo chiuso e arretrato e decisi di partire alla volta della Germania. A quell’epoca in Calabria c’era abbondanza di posti di lavoro per i neolaureati: insegnamento nelle scuole, avvocatura, impieghi nei comuni e nelle Stato. La vera ragione della mia emigrazione fu la ricerca di libertà umana e sessuale che in Calabria allora era inesistente. L’argomento è trattato nel mio libro Ritorno in Calabria e non è il caso di ripetermi.

La mia partenza fu facilitata da una borsa di studio per il perfezionamento degli studi giuridici in Germania bandita dal Ministero degli Esteri Italiano. Vi concorsi e mi arrivò la comunicazione ufficiale che mi era stata assegnata e dovevo passare a incassare la somma alla Farnesina a Roma, terzo piano ecc … Feci la valigia e presi il terno da Sant’Andrea per Roma. Mio padre, per prudenza mi diede quarantamila lire che io non volevo accettare perché a Roma avrei incassato la borsa di studio …

Il giorno dopo ero alla Farnesina presso l’ufficio competente e mi ricevette un impiegato, un buzzurro, che mi disse che la borsa di studio era stata annullata e che mi avevano mandato la comunicazione che comunque io non avevo ricevuto. Io ammutolii e lui insistette a dire che mi avevano scritto e che comunque la borsa non c’era più, potevo andare via, cosa che feci tramortito. Ero appena uscito dalla stanza quando mi seguì una impiegata che aveva assistito alla scena, una signora bionda di una cinquantina d’anni,che mi raggiunse per dirmi che il buzzurro aveva fatto carte false per stornare la mia borsa e darla a sua figlia. Lei era amareggiata nel vedere un giovane come me iniziare la vita con una ingiustizia e si offrì di testimoniare davanti ai carabinieri sulla faccenda se io volevo denunciare il misfatto … Decisi quella sera stessa di prendere il treno: Bolzano, Innsbruck, Monaco, Francoforte e dopo due giorni mi ritrovai, solo,unterm Schwanz, cioè sotto la coda del cavallo del monumento in bronzo del re Ernst August: così si dice ad Hannover per indicare la piazza davanti alla stazione centrale. Ad Hannover lavorai in fabbrica per nove mesi imparando il tedesco, andai l’anno seguente al Max Plank di Heidelberg a continuare gli studi di diritto internazionale e successivamente a Monaco di Baviera presso l’Università. Il professore, il grande giurista Murrad Ferid, mi prese a ben volere, ma si lamentò che non ero assiduo ai corsi e mi chiese il perché. Gli spiegai che dovevo lavorare per mantenermi facendo traduzioni giuridiche per un contenzioso tra ditte tedesche e italiane. Il professore mi disse allora di andare all’economato a suo nome per farmi dare una borsa di studio di ottocento marchi -allora una segretaria tedesca ne guadagnava quattrocento al mese- e così feci. Ricordo che andando in economato vidi la lapide che ricordava la cattura e l’uccisione di Sophie Scholl, del fratello Hans e dell’amico Cristoph Probst, ghigliottinati per la loro appartenenza al circolo antinazista della Rosa Bianca.

In economato spiegai al funzionario del professore e della borsa di studio e lui cominciò a contare otto bigliettoni blu da cento marchi che io, immobile, non osavo prendere. Dissi: Il professore ha detto che verrà domani a firmare … E l’impiegato disse: Se così ha detto, lo farà. Prendi i soldi e vai!

Quell’episodio mi fece rivivere quanto mi era successo alla Farnesina e provai grande vergogna, ma solo ora capisco il perché di quella vergogna. Io non avevo reagito andando dai carabinieri come mi suggeriva la signora o, meglio ancora,rompendo la testa al quel ladro buzzurro: ero colpevole quanto lui se non di più … La vergogna era il frutto amaro e meritato dell’ingiustizia da me non respinta.

NUDO E CRUDOCinquant’anni dopo, a ottobre 2015, sono tornato ad Hannover accolto dal carissimo amico Klaus Flentche, chirurgo in pensione, col quale avevo stretto amicizia durante la mia permanenza. Conoscevo anche i genitori e il nonno di Klaus che nel 2012 è venuto in visita da me a Soverato. Klaus mi ha portato in giro per Hannover a rivedere i posti dove lavoravo e vivevo, un’ospitalità splendida anche se venata di nostalgia. In Germania tutto è perfetto, tutto è in ordine, tutto funziona. Ma Klaus dice che la vita è pesante, l’organizzazione va continuamente oliata, ci sono sempre cose da fare e conti da pagare … Per lui la vita è … in Calabria, al mare al sole al cibo e al vino buono. Oggi non è difficile arrivare in Calabria: in due ore si vola da Hannover a Lamezia, come farà Klaus a giugno prossimo quando tornerà a trovarmi.

La mia partenza per la Germania nel 1965 fu vissuta con sgomento dalla mia famiglia e mia sorella Anna, della quale ricorre il primo anniversario della morte il 21 novembre 2015, scrisse questa poesia che pubblicò nel suo libro La donna cammello del 1968.

FRATELLO

L’occhio trafitto dell’emigrante

E il sibilo del sangue

Tagliano le rotaie la mia carne

Chi sa

se tornerai

fratello mio

Non allentare la presa

Lasciami correre in gara col treno

Le nostre mani attenagliate

Strisciando per binari interminabili

l’anima almeno

passerà la frontiera

Anna viveva le partenze come dolore per il distacco o come rimpianto dell’esperienza non vissuta per paura, come scriveva in quest’altra sua bellissima poesia.

AEGRITUDO

Mi sono svegliata

col cordoglio del viaggio non fatto

e di tutti gli affetti perduti

Se affetti ho avuto

– Almeno fantastici sì

Il viaggio della vita di Anna e il mio sarebbero stati fuori dalla norma anche se tra loro diversi e a volte contrapposti. Questo mi riporta col pensiero al lontano 1943 quando, sotto i bombardamenti della guerra, la mia famiglia decise di lasciare la casa di campagna dove eravamo accampati. Quella casetta aveva il panorama mozzafiato di Tralò, ma era visibile a tutti gli aerei per cui mio padre fece preparare una grande capanna nel bosco dove ci spostammo ai primi di agosto. Mia madre era incinta al nono mese di mia sorella Caterina, che sarebbe nata in montagna, e portava sulla testa una sporta piena di provviste. Lasciammo le querce di sughero sulla cima di Tralò e rasentando il precipizio di Fabellino percorremmo il viottolo verso i monti. Io ero tenuto per mano da zia Mariuzza Ranieri perché avevo due anni. Anna, che ne aveva quattro, procedeva portando una gallina che teneva per le ali.

Da quando lei è morta quell’immagine mi torna continuamente in mente e mi pare che sia la chiave di spiegazione di tutta la sua vita. Lei, camminando allora ai bordi della voragine,con la sua straordinaria sensibilità aveva compreso l’assurdità del mondo e aveva pensato: Questo mondo è pazzo, ma a me non fa paura perché io so essere più pazza di tutti.

Salvatore Mongiardo

Soverato (CZ) mercoledì 18 novembre 2015

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