Caro Tito, ti comunico che il prossimo giovedì 04 novembre 2021, in occasione del 103mo anno del completamento dell’Unità d’Italia (1918-2021), le due associazioni “Università delle Generazioni” e “Amici della Calabria” consegneranno il Premio “Calabresi Eccellenti” a quattro personaggi che si distinguono nel dare onore a sé stessi, alle loro famiglie, ai rispettivi luoghi di nascita e alla intera Calabria. La loro utile ed onorevole presenza in varie città e regioni italiane contribuisce alla migliore e più effettiva, quotidiana e convinta “unità nazionale”. L’Italia dei confini naturali è stata fatta, con loro si contribuisce a fare gli Italiani!

Tali quattro “Calabresi Eccellenti” sono (in ordine alfabetico) Reginaldo Capparelli (ebanista di Trani), don Adamo Castagnaro (parroco di Conflenti – CZ), Doretta Coloccia (giornalista di Campobasso) e Rosy Epifani (manager di Milano). Comincio con il farti conoscere il maestro Capparelli, il quale giorni fa mi ha mandato questo pro-memoria sulla sua vita (argomento che era già stato oggetto di una piacevole chiacchierata-intervista nello scorso mese di giugno). Poiché ritengo di non dover togliere o aggiungere nulla di ciò che ha scritto, te lo riporto per intero. Ovviamente, non ha potuto inserire tutti gli altri suoi meriti, ma da ciò che leggeremo si capisce benissimo lo spirito altamente costruttivo che anima da sempre il suo super-attivismo a favore di tutta la società, con particolare amore per la Calabria. Uno stakanovista e altruista nato!

1 – LA VITA DI REGINALDO CAPPARELLI

Illustrissimo Dott. Lanciano, in sostituzione della sua intervista che è andata perduta, le invio questo mio memoriale dove potrà trovare ciò che può essere più interessante nella mia vita professionale e non. Sono nato ad Altomonte (CS) il 16 giugno 1940. Quattro giorni prima, il 10 giugno, Mussolini aveva dichiarato guerra alla Francia. Iniziava pure per l’Italia la seconda guerra mondiale, conclusasi nel 1945 dopo cinque anni. Ahimè, la mia infanzia fu molto brutta come, d’altronde, per tutti quelli nati in periodo di guerra.  A sei anni in contemporanea alla scuola, ho incominciato ad imparare il mestiere di falegname. A dodici anni sono stato prescelto per assistere i quattro maestri che hanno rifatto le capriate della copertura della chiesa di San Francesco ad Altomonte; nello stesso tempo, per volere di mio padre, uomo che mi è stato di grande ispirazione e conforto in gran parte della mia vita, ho incominciato a studiare musica entrando nella banda musicale storica di Altomonte come prima tromba.

A sedici anni, come quasi tutti i ragazzi del paese, sono emigrato, andandomene per pochi mesi nella bellissima cittadina di Trani, allora provincia di Bari, ma subito dopo le opportunità mi portarono nella provincia di Milano, più precisamente a Trezzo sull’Adda, dove mi sono potuto veramente specializzare in ebanisteria. In solo poco più di un anno mi sentii molto preparato per potermi mettere in proprio, così sono ritornato al mio paese, dove però la delusione fu grande, infatti non c’era né lavoro né l’opportunità di potermi esprimermi professionalmente. Non mi feci sopraffare dallo sconforto e mi trasferii a Cosenza dove ho potuto dimostrare le mie capacità e dove venni ampiamente ripagato sia in termini di soddisfazione personale che in termini economici. Infatti, arredai numerosi negozi (alimentari, bar, cartolerie, ecc.) e restaurai arredamenti pregiati di personalità importanti appartenenti a famiglie molto note di Cosenza.

Per questioni di “cuore” ritornai a Trani, ma rimpiansi parecchio Cosenza, la città che mi aveva dato molto. In Puglia il lavoro non mancava, anche se meno retribuito. Grazie alle mie conoscenze in ebanisteria divenni in un solo mese capo operaio in un importante Mobilificio nel quale rimasi fino al servizio militare. Terminato il soldato, tornai a Trani senza lavoro, senza clienti e senza soldi, ma con tanta volontà di fare. Non aprii bottega subito perché aspettavo che mio cognato liberasse uno dei suoi locali commerciali per potervi subentrare, così cominciai a fare dei piccoli lavori intarsiati nella stanza presa in affitto in cui dormivo. Per caso questi lavori furono visti da un costruttore di Modugno (BA) che stava edificando un palazzo proprio a Trani.

Questo costruttore era anche presidente degli artigiani di Modugno e mi invitò a partecipare alla 1° mostra dell’artigianato della sua città. Io accettai e per quell’occasione preparai dei bellissimi pezzi da esporre (le ho inviato una foto dello stemma della città di Modugno che ho intarsiato per quell’occasione). Da qui iniziò il mio successo da artigiano, mi premiarono con medaglia d’argento, anche se il presidente della mostra mi confidò che avrei meritato la medaglia d’oro, ma che per non fare un torto ai propri cittadini la diedero ad un artigiano della città ospitante. Comunque non era il colore della medaglia ad interessarmi, ma ciò che essa rappresentava, infatti da quel momento mi piovve addosso tanto di quel lavoro… Sùbito dopo partecipai alla 1° mostra dell’artigianato artistico al Castello Svevo di Bari e a tante altre mostre; fui notato dai dirigenti della nostra direzione A.C.A.I.  (Associazione cristiana artigiani italiani, ndr) e dai dirigenti E.N.A.P.I.  (Ente nazionale dell’artigianato e delle piccole industrie, ndr) della Camera di commercio di Bari e mi pregarono di selezionare i migliori artigiani per fare esporre le loro opere in diverse mostre nazionali ed internazionali, dove anche io ero capo fila.

Poco più che ventenne, all’inizio degli anni ’60 fui eletto segretario organizzativo dell’associazione ACAI di Trani; ne fui onorato e ci misi molto impegno. Per prima cosa istituii i Consigli di categoria in cui si potesse discutere dei vari problemi e da qui ne emerse uno molto importante: la salute.  Così fondai l’ambulatorio medico dell’associazione. Ogni artigiano e i rispettivi familiari, mediante un modesto contributo, ebbero l’assistenza medica d’eccellenza di cui avevano bisogno facendo così risparmiare svariati milioni di lire alla cassa mutua artigiani. Ciò durò fino a quando approvarono la nuova ed iniqua riforma sanitaria nazionale (Legge n. 833 del 23 dicembre 1978, ndr).

Organizzai le varie mostre dell’artigianato tranese con spettacoli e importanti défilé di moda, naturalmente con la collaborazione del nostro presidente A.C.A.I.  Bruno Triminì, anch’esso calabrese di Francavilla Angitola (a quel tempo in provincia di Catanzaro, oggi in provincia di Vibo Valentia, ndr). Trani era molto conosciuta per le attività artigianali del settore lapideo, del settore mobili, calzaturiero e sartoriale, tanto che qui si svolgeva la festa delle Caterinette “ SARTINE”. Questa manifestazione veniva fatta in solo tre città italiane: Torino, Bologna e Trani.

Era il momento del “boom economico”, peccato che durò poco! Alla fine degli anni ’60 i movimenti sindacali, la rivoluzione culturale sessantottina e la crisi di governo degli “anni di piombo” portarono l’economia Italiana dal 3° posto al 14° posto nella classifica dei paesi più industrializzati. Le aziende chiudevano una dopo l’altra, le banche chiusero i rubinetti e per accedere ad un prestito dovevi avere il mille per cento di garanzie. E fu così che la mia rabbia per questa situazione mi spronò a fare qualcosa. Insieme, io e il presidente ACAI Bruno Triminì, incominciammo a raccogliere nominativi per fondare una cooperativa di garanzia di credito. Raggiunti i 50 soci, che dovevano versare dodicimila lire (dieci mila per la quota sociale e due mila per le spese notarili), costituimmo legalmente la cooperativa e ne fui eletto presidente.

Da qui cominciò il mio peregrinare per le banche; nessuno voleva farci la convenzione poiché noi artigiani eravamo “mucche da mungere”. Penai più di cinque anni finché, un giorno, partecipai ad uno dei tanti convegni sugli istituti bancari. Qui fu donata a tutti i partecipanti l’agenda del Banco di Napoli, proprio nelle prime pagine di questa agenda ne trovai stampato lo statuto che titolava “Banca di Diritto Pubblico”. Stupìto da questo titolo mi recai alla nostra direzione di Bari e fui ricevuto dal presidente nazionale On. Antonio La Forgia, che era anche il nostro presidente regionale, e mi disse che il Banco di Napoli era obbligato a fare la convenzione e mi esortò ad essere molto deciso nel chiedere un nostro diritto. E così feci, tornai a Trani e mi ricevette il direttore d’agenzia, che tra l’altro conoscevo benissimo poiché eravamo anche vicini di casa, e senza mezzi termini lo informai che ero disposto a denunciare la banca se non mi avessero fatto la convenzione; a quel punto il direttore prese il telefono e riferì alla direzione di Bari la quale mi chiese di presentarmi lì; io corsi subito e con molta cortesia mi pregarono di pazientare qualche giorno per verificare l’esattezza della documentazione fornita. Neanche un mese dopo mi richiamarono per firmare la convenzione; finalmente ce l’avevo fatta!

Con il segretario della cooperativa, anche lui calabrese di Nicastro (oggi Lamezia Terme – CZ, ndr), andammo a firmare. C’eravamo io, il segretario della cooperativa, il direttore generale e il presidente della regione Puglia (1975-1978, ndr) Nicola Rotolo. Fatto questo atto di rito andammo in un bar a brindare. Questa nostra giornata storica (16 marzo 1978, ndr) fu turbata da un’altra giornata tristemente storica per il nostro paese: proprio in quel giorno fu rapito l’On. Aldo Moro e uccisa la sua scorta. Portammo noi la notizia alla nostra sede ACAI di Bari e tutti rimanemmo attoniti.

La cooperativa incominciò a erogare i prestiti ed ebbe un’impennata nella crescita, tanto che arrivarono anche ottanta milioni di lire a fondo perduto da parte della Regione, corrispondente al nostro capitale sociale; inoltre, la Regione copriva il sessanta percento degli interessi dei prestiti erogati dalla cooperativa agli artigiani soci. Per noi artigiani fu la manna dal cielo e l’abbiamo sfruttata per salvarci dal fallimento. Negli anni ’80, poiché l’ebanisteria subì un indebolimento considerevole, convertii la mia attività. Grazie alle mie conoscenze della musica, mi specializzai nel restauro di pianoforti e strumenti di liuteria e presi come principale cliente una delle più note case musicali italiane, la RICORDI. Vi collaborai finché chiusero tutti i negozi di strumenti musicali rimanendo solo con le edizioni musicali.

Nel frattempo, mi fu presentato uno dei migliori accordatori di pianoforte del meridione, Luigi Pedacci, così incominciammo a collaborare, tanto che formammo una società in nome collettivo, dando vita a tante iniziative, come, ad esempio, la prima scuola di musica per organo elettronico Yamaha in Italia, con un metodo di insegnamento rivoluzionario giapponese, e anche altre scuole di cultura musicale. Aprimmo uno tra i più belli e forniti negozi di strumenti musicali a Trani, con una nutrita clientela in Calabria ed in particolare della piana di Sibari e Corigliano. Vista la carenza di scuole musicali nel cosentino siamo stati di sprono a far aprire un conservatorio musicale a Cosenza.

Mia nota: da << http://portale.conservatoriodicosenza.it/ >> (link inviatomi dalla gentile docente Francesca Zavarrone alle ore 10.45 di lunedì 13 settembre 2021)  trascrivo: “Il Conservatorio di Cosenza incominciò la propria attività nel 1970 ed il suo fondatore il M° Giuseppe Giacomantonio assunse l’incarico di Direttore. Alla nascita di quel conservatorio si era giunti grazie all’opera tenace di un gruppo di musicisti cosentini che aveva dato vita negli anni sessanta ad un Liceo musicale vivace e immediatamente popolato di studenti appassionati”. Tale conservatorio è intitolato al compositore Stanislao Giacomantonio (Cosenza 1879-1923).

In questo periodo di attività in campo musicale, avendo la passione del classico, incominciai a raccogliere diversi pezzi di strumenti musicali storici (tra cui un violino Stradivari del 1721, vedi foto n. 7, sotto, ndr), che ho attualmente esposto nel museo civico di Altomonte e dove stanno riscontrando un notevole successo. Nel giugno 2021 mi sono recato a Lamezia Terme, in quanto invitato da un giovane presidente di un’associazione culturale, Angelo Viola, ad organizzare una mostra permanente in questa stupenda località. E spero che tutto vada nel migliore dei modi.

Non le ho parlato della mia vita privata solo per riservatezza, ma capisco, e trovo giusto, che chi viene esposto alla pubblica opinione debba dimostrare la propria moralità o personalità. Mi sono sposato nel ’68 con una bellissima calabrese dalla quale ho avuto due figlie, la prima è chinesiologa a Torino, la seconda, che sta stilando queste mie memorie, vive in Salento ed è laureata in agraria. Dopo vent’anni mi sono separato ed attualmente ho una compagna tranese dalla quale ho avuto un’altra figlia prossima alla laurea in biotecnologie farmaceutiche. Come accade a tutti, pure nella mia vita ci sono stati momenti alti e bassi, ma ho avuto anche tante soddisfazioni, in particolare dalla mia professione.

Le ho inviato la foto di alcuni degli attestati di benemerenza che ho ricevuto, quelli più significativi; non ho, invece, molte foto di me sul lavoro, a parte quelle tre, poiché non sono mai stato vanitoso, addirittura ho rinunciato alla nomina al titolo di “Cavaliere del lavoro”, ma sono fiero di aver proposto a questo titolo altri miei colleghi. Non ho mai voluto accettare cariche politiche poiché non mi sono mai sentito rappresentato per principi di libertà e democrazia. Solo quando hanno approvato la legge n. 241 del 7 agosto 1990 partecipai ad un’assise di cittadini dove proclamammo un comitato “Polis”. Ne sono stato uno dei fondatori con la presidenza del notaio Bottari di Trani e divulgammo la legge sugli istituti di partecipazione popolare alla vita amministrativa della nostra città. Misi a disposizione il mio camper ed organizzammo sit-in in tutte le piazze di Trani. Il successo fu tale che persino le scuole ci invitarono a tenere delle lezioni di educazione civica ai ragazzi. 

Ci costituimmo a guisa di “Consiglio comunale alternativo” ed io assunsi la carica di assessore alle attività economiche e produttive. La nostra scossa politica è stata tale da far cadere il Consiglio comunale in carica. Ci presentammo alla cittadinanza non per andare al potere, ma solo perché volevamo trasparenza ed efficienza, in particolar modo volevamo un nuovo piano regolatore generale dove si prevedesse la zona di insediamento produttivo poiché, in mancanza, non riuscimmo ad ottenere tanti contributi a fondo perduto che avremmo potuto usare per incentivare le nostre realtà artigiane.

Non voglio prolungarmi ancora sull’argomento, anche se ci sarebbe tanto da dire. Ci tengo però a far sapere che oltre alla mia vita professionale, mi sono adoperato per dare un contributo alla società in cui viviamo, e che spesso viene sopraffatta da interessi personali. Il mio appello è sempre stato: non può esserci cultura senza il lavoro e non può esserci il lavoro se manca la cultura. I nostri antenati ci hanno lasciato esempi storici di cui siamo ricchi e di ciò dovremmo farne tesoro.

2 – CALABRESI ECCELLENTI

Caro Tito, come non essere orgogliosi di tali calabresi che ci fanno e si fanno onore ovunque abbiano avuto occasione di lavorare e ad agire socialmente! E il nostro maestro Reginaldo Capparelli ne è un rifulgente esempio, non solo nella sua professione ma anche nell’impegno sociale per un mondo migliore, specialmente per “i principi di libertà e di democrazia” (come afferma nel testo appena evidenziato).

  • Foto n. 7 – violino Stradivari

Spero tanto che possa trovare definitivamente una “casa pubblica o istituzionale” la preziosissima collezione dei suoi numerosi e antichi strumenti musicali, alcuni dei quali di enorme valore storico ed anche economico. E’ un’opportunità che specialmente la Calabria non deve assolutamente perdere.

3 – SALUTISSIMI

Caro Tito, non sarà mai troppo tardi che la Regione Calabria possa e voglia fare un inventario dei calabresi che, in ogni parte del mondo, si fanno onore e ci fanno onore. Come si vede in Reginaldo Capparelli, quasi tutti i nostri corregionali emigrati pensano di offrire qualcosa di sé alla terra di origine, ma non c’è una struttura istituzionale che li ascolti e li aiuti a contribuire al maggior e miglior progresso del nostro popolo rimasto dentro i confini regionali. Eppure, nessuno ha più bisogno della Calabria del sostegno e dell’entusiasmo, dell’amore e del contributo concreto dei propri figli, i quali (sebbene esiliati altrove) conservano ancora radici assai vive delle loro origini, spesso assai sofferte. Quale e quanta generosità anima questi calabresi che, pur soffrendo per la loro emigrazione o per il loro “esilio”, pensano sempre con affetto, attaccamento e predilezione a “Mamma Calabria”. E tutto ciò, senza retorica o sentimentalismi, ma con la concretezza delle urgenze e dei bisogni delle presenti e delle future generazioni.

Grazie per questa “Lettera n. 346” e arrivederci alla prossima n. 347. Cordialità,

Domenico Lanciano (www.costajonicaweb.it)

Iter City, giovedì 16 settembre 2021 ore 09,06 (Le foto mi sono state fornite dalla dottoressa Rossana Capparelli, figlia del benemerito ed “eccellente” Maestro Reginaldo, che ringrazio per tutta la gentile e preziosa collaborazione prestatami).