agosto-2014Caro Tito, quando si emigra o si è esuli altrove e si pensa al paese che si è stati costretti a lasciare, per qualsiasi motivo (volontario, imposto o ingiusto che sia), emergono nel cuore e nella mente le persone e i luoghi che più ci mancano o che più continuano ad avere significato e valore nella nostra vita, a prescindere da tutto il resto. Spesso, amiamo vagheggiare un paese tutto nostro personale, popolato unicamente dalle persone veramente a noi amiche, quelle più simpatiche ed empatiche con le quali ci troviamo meglio nel condividere l’esistenza. E a questo nostro piccolo paese, a volte, diamo pure un nome. Per me resta sempre e comunque quella “Repubblica di Kardàra” o, meglio, quella “KardàrArmonia” che porto unica e preziosissima nel cuore, nel corpo e nella mente fin dalla nascita.

Sappiamo molto bene che (in qualsiasi famiglia e in qualsiasi paese possiamo nascere, nostro malgrado) non ci è dato scegliere né genitori, né fratelli, né concittadini, né addirittura figli. Però istintivamente cerchiamo di stare preferibilmente con persone a noi affini e congeniali, con le quali condividere (nel migliore dei modi e più intimamente e significativamente) tutta o gran parte della nostra vita (così come con un coniuge “consorte”, un compagno, un’amante, un familiare insostituibile o un fedelissimo amico).

LE AFFINITA’ ELETTIVE E CONGENIALI

Ho sempre pensato che una comunità (piccola o grande) o l’intero universo-mondo si salva e trova significato d’esistenza e di valore soprattutto perché esistono le cosiddette “affinità elettive” e/o perché si realizza il giusto ed esaltante incontro tra persone “congeniali”. Si dice spesso che la vita è essenzialmente un intreccio di “formule chimiche” che aiutano gli elementi ad assomigliarsi, ad attrarsi e a dialogare per produrre effetti ed affetti tali da fare bene o fare male a sé stessi o ad altri. E così sentiamo parlare quotidianamente di “associazione a delinquere” caratterizzate da affinità elettive e congeniali tra elementi negativi che danneggiano sé stessi e gli altri.

E, ben per noi, che esistono (nella stragrande maggioranza dei casi) elementi che, per affinità elettive positive e congenialità ineffabili, creano il bene di sé stessi, della famiglia, della comunità, dell’arte, delle scienze e di tutto ciò che resta utile alla più felice esistenza umana! E’ quel “mondo migliore” per cui stiamo lavorando e lottando per noi stessi e per le future generazioni.

UN SEMPLICE GESTO

con-gli-amici-gradini-chiesa-annunziata-badolatoSolitamente possiamo capire il valore di una persona addirittura da un suo più semplice gesto. Infatti, a volte contribuiscono a rendere più vivibile un luogo, un paese e un ambiente persone che, con la loro candida gentilezza e cordialità, persino con una leggera stretta di mano, un saluto sincero o un solare sorriso ci rasserenano la giornata e ci aiutano a convincerci che, forse forse, il mondo attorno a noi non è poi così cattivo come spesso lo percepiamo o lo soffriamo. Inoltre, il cuore e la mente ci dicono che tali persone (se frequentate più assiduamente e se conosciute più profondamente) potrebbero essere a noi più “congeniali” ed “affini” poiché molto probabilmente condividiamo i medesimi valori, specialmente quelli della tradizione di una sana comunità, primi tra tutti il valore e la sacralità del reciproco “rispetto”.

LA FIGURA EPICA DI GIUSEPPE SCHIAVONE

giuseppe-agosto-2014Con questa lettera n. 226, voglio brevemente trattare (pure come utile promemoria e onesta testimonianza a beneficio della sua famiglia, degli altri suoi familiari e parenti, dei suoi amici così come delle presenti e delle future giovani generazioni) dell’immenso valore del sacro “rispetto” tra persone e famiglie e, quindi, prendere ad esempio ed elogiare la signorilità e il rispetto di Giuseppe Schiavone (Badolato 1931-2018) che posso ben considerare come mio fratello maggiore, anche perché ha l’età di mio fratello Vincenzo.

Giuseppe fa parte del mio “paese ideale” abitato soltanto da persone con cui ho avuto ed ho una splendida sintonia. Purtroppo la lontananza dell’esilio non mi ha permesso di godere maggiormente e meglio della sua personalità che reputo sicuramente tra le migliori che ho conosciuto nell’arco della mia esistenza. Il badolatese-europeo Giuseppe Schiavone resta per me una “figura epica” pure per aspetti umani e sociali che qui sarebbe troppo lungo enumerare e descrivere. Qualcuno ne dovrebbe fare un’Opera narrativa ed artistica più puntuale e completa. Comunque, spero se ne capisca, con questo mio pur breve narrare, la caratura, il valore e il carisma di un uomo, di una persona che resta assai importante per me e, principalmente, per coloro i quali Lo hanno amato e che da Lui sono stati amati.

IL RISPETTO

Caro Tito, tu appartieni, come me, ad una generazione che sta vivendo il troppo veloce passaggio tra il mondo antico (sicuramente più etico, “slow” ed autentico) e la globalizzazione (amorale, caotica, aggressiva e senza identità precisa). Nulla da recriminare, in fondo in fondo. L’Umanità è sempre stata in cammino e, in questo momento, sta vivendo un’accelerazione eccessiva che rischia però di distruggere indiscriminatamente alcuni sani valori i quali sono indispensabili al vero benessere e alla felicità. Noi due rappresentiamo l’ultima generazione che può testimoniare di un mondo più identitario, lento, frugale e intenso, niente affatto “ludico” e “sprecone” (come invece è o appare adesso). Alla nostra generazione spetta, quindi, il compito di segnalare (specialmente ai giovani della globalizzazione) quei valori che non vanno persi assolutamente …. sempre che il mondo intenda mantenere un equilibrio tale che non rischi il suo stravolgimento, persino la nociva mutazione genetica e l’auto-annientamento quali, purtroppo, si profilano (come attestano incontestabili rilevamenti scientifici).

La serenità di una persona, di una comunità e dell’intero pianeta passa principalmente dal “rispetto”, il più completo e sacro possibile. Rispetto tra le persone e tra i popoli. Rispetto per l’ambiente. Rispetto per la salute psico-fisica. E così via. Nel valore del “rispetto” è compresa tutta una catena o rosario di altri sacri valori (come la giustizia, la libertà, il benessere, la felicità, l’armonia, ecc.) senza i quali l’esistenza stessa si può inceppare o può produrre tante negatività che, spesso, fanno tornare l’Umanità indietro di decenni, secoli o addirittura millenni. Lo dimostra ampiamente la Storia, che resta pur sempre un monito di riferimento costante ed ineludibile.

In alcune nostre conversazioni ci siamo detti “fortunati” (nonostante tutto) per aver conosciuto (nei nostri rispettivi paesi natii) persone meravigliose e veramente amiche, per aver goduto di sapori e prodotti ancora genuini, per aver respirato aria pura e sàlubre, per esserci piacevolmente bagnati nel nostro mare Jonio ancora limpidissimo, per avere avuto attorno a noi una natura ancora quasi del tutto incontaminata e, comunque, davvero splendida e particolarmente bella, struggente e seducente. Ma, soprattutto, ci sentiamo fortunati per aver vissuto la nostra infanzia e la nostra giovinezza in un mondo contadino, operaio e artigianale dove il “rispetto reciproco” tra le persone e le famiglie era ancora un valore assoluto, sacro ed imprescindibile! E noi viviamo ancora con questi preziosi riferimenti germogliati fin dall’infanzia.

MIO PADRE

31-08-2015Per dimostrarti come e quanto il “rispetto” fosse nei nostri paesi valore così assoluto, sacro ed imprescindibile, ti racconto un emblematico episodio dell’ultimo periodo della mia infanzia, quando avevo undici anni. Un giorno, mio padre mi disse: “Finisci di fare i compiti scolastici perché domani, domenica, dobbiamo salire in paese per presentarti tutte le persone cui dobbiamo, come famiglia, maggiore rispetto!”.

Allora, nel 1961, stavo di casa ancora nel casello ferroviario n. 324 della mia natìa Kardàra (ad un km dalla neonata frazione Marina), lontano 7 km dal borgo antico di Badolato dove in pratica abitavano, in gran parte, i miei parenti e le persone cui dovevo portare “maggior rispetto”. Per un bambino o un ragazzo del borgo o della neonata Marina era più facile conoscere parenti, amici e compari da rispettare più degli altri, poiché erano persone che solitamente incontrava quasi ogni giorno o che frequentava spesso nella vita di comunità. Invece io (vivendo quasi isolato a Kardàra) ne avevo una conoscenza assai limitata, al di fuori della mia più stretta parentela. Perciò, era necessario che mio padre mi portasse di proposito in giro a incontrare persone e famiglie che non avevo conosciute a Kardàra o in Marina (dove comunque mi recavo spesso in parrocchia e dove avevo frequentato le scuole elementari, mentre nel 1961 viaggiavo già per andare alla scuola media di Catanzaro Lido).

Ma quella domenica non fu sufficiente a girare casa per casa a conoscere parenti, amici e compari da tenere nella massima considerazione, secondo i rituali della tradizione del “rispetto”. Così ci volle un’altra domenica per completare il giro. Qualche anno dopo ho capito che quel “cerimoniale” voluto da mio padre (il quale del rispetto ha fatto una vera e propria “religione”, come descrivo nei sette volumi del “Libro-Monumento per i miei Genitori”) era una presa di maggiore responsabilità sociale … quasi un primo passaggio, una prima tappa verso la piena e maggiore età.

IL COMPARAGGIO VERO

Nel quarto volume del “Libro-Monumento per i miei Genitori” (quello con la copertina verde) ho voluto ricordare persone che, vive o morte, hanno per me rappresentato al massimo questo valore del “rispetto”. In particolare, mi sono soffermato a pagina 285 su Giuseppe Cunsolo (Badolato 1915-2004). Costui era un contadino di Kardàra ed è stato il mio padrino di battesimo, ma la sua famiglia e la mia condividevano altri “comparaggi” per via di altri battesimi e anche di cresime. Il rispetto tra le nostre due famiglie era una vera e propria “istituzione” e produceva effetti ed affetti veramente assai benefici e, per me, assai esaltanti.

Ancora adesso, specie in àmbito della cultura cattolica (praticante o no), il comparaggio avviene nell’essere padrino o madrino di battesimo o di cresima, ma anche “compare d’anello” degli sposi nei matrimoni. Viene definita da secoli e ancora adesso una “cognatio spiritualis” (parentela spirituale). Infatti, pare che l’esercizio del “compare” abbia avuto origine addirittura in Francia nell’ottavo secolo. Comunque, tali pratiche “para-sacramentali” e le figure connesse sono pienamente riconosciute dal “Codice Canonico” della Chiesa Cattolica. E’, quindi, una consuetudine assai seria e come tale è stata solitamente vissuta. Con l’avvento della globalizzazione tale usanza va scemando persino nelle nostre piccole comunità, di pari passo con la diminuzione del sentimento religioso e con l’irragionevole aumento delle competizioni e di vari egoismi ed arrivismi (frutto pure del consumismo, della globalizzazione e dello smarrimento morale).

In effetti, nella tradizione popolare dei paesi del nostro Sud, il comparaggio era, in pratica, come essere quasi parenti di sangue. Anzi, a volte, ci si rispettava più con i compari che con i propri fratelli. Le motivazioni antropologiche, ovviamente, erano molteplici e di diversa natura. Sta di fatto, però, che una simile “unione” tra persone e tra famiglie costituiva una stretta, forte ed efficace alleanza sociale dentro e fuori la propria comunità di appartenenza.

IL COMPARAGGIO DI CONVENIENZA

Ovviamente ci sono stati e ancora continuano ad esserci (e parecchi) pure i cosiddetti “comparaggi di convenienza” … cioè la tendenza (specie per le classi considerate povere, deboli o inferiori) di chiedere il “para-sacramento del comparaggio” a coloro che appartengono a classi sociali più ricche ed elevate o ritenute superiori. In fondo, più che un’alleanza sembra essere una specie di “protettorato” o di “clientelismo” (e quindi non si è più veramente “compari”, cioè un “rapporto tra pari”). Nonostante il palese o sottinteso atteggiamento di “convenienza”, chi viene richiesto (ancora oggi) non può sottrarsi anche perché la richiesta é ritenuta comunque un grande prestigio sociale, mentre il rifiuto potrebbe essere percepito come un’offesa … offesa che nei paesi si estende poi a tutto il parentado. Posizione assai scomoda e dagli sviluppi imprevedibili. Meglio tenersi buoni le parentele. Non si sa mai!

E, così, ad ogni buon fine (spesso facendo “buon viso a cattivo gioco” ) tale nuova “alleanza” ha o addirittura pretende una via privilegiata negli affari correnti o in casi ancora più particolari, delicati e persino costosi. E c’è chi appare “contento” oppure, al contrario, intimamente si sente “costretto” a collezionare un’infinità di comparaggi … come dire “più comparaggi più onore” oppure “più comparaggi più spese e più fastidi” (a seconda di come si ritiene tale “apparentamento”). Di certo, non è facile gestire troppi comparaggi e troppe conseguenti famiglie allargate (che spesso si estendono pure all’amico dell’amico, specie quando si devono elargire raccomandazioni o favori). Comunque, un compare resta pur sempre un punto di riferimento sociale.

COMPARAGGI MATRIMONIALI

Una volta, per diventare e sentirsi “compari” (persone o famiglie di “pari” dignità, anche se di diverso censo, posizione o ruolo sociale) bastava che un elemento di una famiglia sposasse una ragazza di un’altra famiglia e il “comparaggio” ed il conseguente “rispetto” si estendevano poi a tutta la parentela, che di solito si accettava benevolmente e sinceramente in questa più stretta amicizia-alleanza (che definirei più “sentimentale” che opportunistica, anche se alcuni matrimoni si facevano e si continuano a fare pure per interesse). Antropologicamente e sociologicamente possiamo dire che la parentela non comporta una scelta poiché te la ritrovi alla nascita e che, quindi, il comparaggio è, a tutti gli effetti ed affetti, una “parentela di scelta”. Il che ha un suo proprio significato, alto e profondo e pure per questo il vero comparaggio è un valore che, ribadisco, attiene al sentimento del “massimo rispetto reciproco” (persino della devozione e del “sacro”). La “scelta” può essere un sentimento più autentico del sangue.

COMPARAGGI SOSPETTI

Ci tengo a precisare (pure per evitare equivoci e per distinguere l’oro dal piombo) che, paradossalmente (vedi su “Google.it”), c’è anche il termine “comparaggio” che risulta essere un “reato” diffuso in alcuni ambienti (principalmente in quello industriale, appaltistico e farmaceutico-sanitario) e che ricorda pure il “voto di scambio” in àmbito politico. Ovviamente, una simile indicazione sospetta di “compare” (evidentemente termine scaduto come valore anche etimologico) appartiene ad un lessico, ad un repertorio di bassa lega per indicare complicità negative ed illegali (fino ad estendersi alla mafiosità).

“COMPARE” GIUSEPPE SCHIAVONE

badolato_borgo_visto-dalla-marina-estIl protagonista assoluto di questa mia lettera, Giuseppe Schiavone (Badolato 01 settembre 1931 – 25 settembre 2018) era il fratello maggiore di Rosa (Badolato 01 marzo 1934), la quale sabato 25 giugno 1960 ha sposato il mio straordinario ed amatissimo cugino-primo Vincenzo Lanciano (Badolato 07 novembre 1934 – Milano 30 luglio 2006), figlio di zio Andrea (Badolato 1907-1982) fratello di mio padre. A motivo di tale matrimonio, automaticamente le nostre due famiglie e parentele sono entrate nell’orbita del reciproco maggior rispetto, dovuto tra “compari”. Così è stato tra tutti noi, in modo assai garbato e diligente. E così è stato pure tra Giuseppe e me. Ed è questa sua caratteristica di “rispetto” (immutata e profonda a distanza di tantissimi anni) che intendo evidenziare ed elogiare con questa mia lettera, assieme ai suoi principali e più evidenti valori umani e sociali.

Ricordo molto bene il padre di Giuseppe e della cugina acquisita Rosa, quel Vincenzo Schiavone (1896-1984) papà pure di Vittoria, detto “Cenzu ‘ e Benedittu” …. cioè Vincenzo (della famiglia dei) “Benedetto” soprannome bello ed identificativo nel nostro borgo. Tra lui e me intercorrevano 54 anni di differenza … eppure mi dava del “Voi” come era consuetudine del “rispetto” tra compari. Non mancava occasione, quando mi incontrava nel borgo dove abitava, di invitarmi a casa o a bere qualcosa al bar (come era prassi fare da parte del compare con maggiore età oppure ospitante). Personalmente (al di là del “rispetto” dovuto) avevo molta stima ed ammirazione per Vincenzo, sia per il suo carattere sempre pacato, delicato e gentile, sia perché aveva partecipato alla prima guerra mondiale e ne era uscito con decorazioni ed una invalidità che gli ha poi permesso di lavorare alle dipendenze dell’Amministrazione provinciale di Catanzaro come cantoniere manutentore della strada rotabile Badolato Scalo – Guardavalle Centro.

Molti della mia generazione (soprattutto quelli come me educati alla riconoscenza sociale e civile) usavano un particolare rispetto, quasi una devozione, verso i reduci della prima e della seconda guerra mondiale, specialmente verso i mutilati e gli invalidi (tra i quali c’erano pure miei familiari, parenti ed amici, mentre un indimenticabile ed ancora efficace “maestro di pace e di nonviolenza” ho avuto nell’avvocato badolatese Pultrone, ufficiale e grande invalido della Grande Guerra, di cui proprio in questi giorni si celebrano a Parigi e in ogni dove i cento anni della fine).

BREVE BIOGRAFIA

badolato_borgo_chiesa-san-domenico-con-calvarioCaro Tito, penso sia utile tracciare almeno qualche elemento biografico per conoscere meglio Giuseppe Schiavone, la cui madre era Caterina Epifani (Badolato 1899-1989). Cresciuto assieme alle sorelle Vittoria (nata nel 1929) e Rosa (1934), Giuseppe ha abbandonato gli studi dopo le scuole elementari, con grande dispiacere del padre che lo voleva “professionista”. Come tanti giovani badolatesi, ha preferito imparare un mestiere artigiano che allora aveva comunque grande ruolo e prestigio sociale. Così entra nella bottega del bravo maestro calzolaio Nicola Fiorenza che ha tre figlie. S’innamora della maggiore, Vittoria, che sposa nel 1957.

Verso i primi anni Sessanta, dopo la nascita dei primi due figli (Caterina e Vincenzo), papà Giuseppe è costretto ad emigrare in Svizzera per garantire un tenore di vita dignitoso ed un futuro sereno alla propria famiglia. Nel frattempo è nata un’altra figlia (Anna). Poi, pure i tre figli lasciano il paese natìo. Si trasferiscono a Milano, per completare gli studi o per trovare il lavoro che manca da noi, in Calabria. Così, per non lasciare sola la moglie, Giuseppe decide di tornare definitivamente al borgo. Con la moglie si dedica alla coltivazione di un piccolo terreno che gli dà la possibilità di passare il tempo in modo utile e fruttuoso.

Purtroppo, nel 2013 perde la moglie, già in precarie condizioni di salute. Rimasto solo decide di seguire i consigli di tutti e va ad abitare con la figlia maggiore a Milano. Vive serenamente i successivi cinque anni, tornando a trascorrere la stagione estiva in paese. Ed è durante le vacanze dell’ultima estate che viene colpito da ischemie che lo portano a concludere la propria esistenza il 25 settembre 2018 ad 87 anni (medesima età di decesso del padre Vincenzo).

IL CUGINO MIMMO BADOLATO

badolato_borgo_verso-il-marePurtroppo ho saputo troppo tardi di questi èsiti dolorosi, altrimenti gli avrei telefonato per rinnovargli il mio affetto e la mia incondizionata stima. Chi, invece, gli è stato più vicino (a parte i figli), specialmente durante la settimana di ricovero all’ospedale di Soverato, è il suo cugino-primo Mimmo Badolato, figlio di Rosa Schiavone (Badolato 02 settembre 1907 – Sant’Andrea Jonio 02 aprile 2000), sorella di papà Vincenzo e moglie del ferroviere Giuseppe Badolato (Badolato 09 agosto 1909 – Guardavalle 25 ottobre 1986), amico e collega di mio padre.

Caro Tito, recentemente ho avuto una conversazione telefonica con Mimmo Badolato (che abita a Soverato e che tu conosci per via di alcune “Lettere” dedicate a lui e all’indimenticato figlio Massimiliano). Mimmo mi ha spiegato molto bene tutti questi suoi legami di parentela e ha tessuto le lodi del suo compianto cugino Giuseppe. Ne ho condiviso, per quanto di mia conoscenza, i tratti più evidenti della sua notevole personalità.

NOTEVOLE PERSONALITA’

E’ chiaramente innegabile che Giuseppe Schiavone avesse una notevole personalità che io reputo intensa, signorile e carismatica. Una personalità sicuramente ereditata dalla sua famiglia di provenienza, specialmente da suo padre (un vero gigante di umanità). Una personalità di grandi valori e di conseguenti lodevoli comportamenti quali ritrovo nella sorella Rosa, che conosco meglio e di più (dal 1960) in quanto mia cugina acquisita e degna moglie dell’ottimo e compianto cugino-primo Vincenzo Lanciano.

Ho avuto ampia prova della notevole personalità di Giuseppe in alcune nostre conversazioni, più o meno lunghe e frequenti, oltre che nei gesti di “rispetto” che a volte mi commuovevano per quanto fossero testimonianza a viso aperto del legame di vero comparaggio e di profonda stima che ci legava. Caro Tito, qui di sèguito, te ne voglio fornire qualche eloquente esempio.

DIALOGHI CON GIUSEPPE

badolato_borgo_verso-il-mareDa giornalista, “antropologo” e “sociologo” sempre tenacemente curioso non potevo non chiedere a Giuseppe (in quegli anni vissuti da emigrante) notizie, pareri e commenti sulla condizione degli emigrati (non solo italiani) in Svizzera, visto e considerato le non belle impressioni avute nelle mie pur brevi ma numerose permanenze su suolo elvetico, specialmente a Wetzikon e dintorni, a Zurigo, Berna, Basilea, Lugano. Ne resta traccia e testimonianza in alcune mie poesie, a cominciare nel mio secondo “Viaggio in Svizzera” (quello fatto con mio padre nell’estate 1967) presenti in “Gemme di Giovinezza” ed in alcuni inediti.

Quando ne parlavamo, evitava i soliti luoghi comuni (che magari trovavo interrogando altri emigrati) ma si concedeva a considerazioni così equilibrate ed approfondite quali nemmeno un giornalista o un sociologo avrebbe potuto descrivere. Giuseppe viveva la Svizzera dal di dentro e ne sapeva cogliere aspetti che sfuggivano persino ad emigrati che avevano trascorso interi decenni in quel tanto discusso quanto apprezzato Paese estero, così diverso da noi (nel bene e nel male) pur avendolo ai nostri confini nazionali.

Giuseppe, così parlando con me, confermava il rammarico del padre che l’avrebbe voluto professionista e non artigiano e poi emigrato. Ha scelto la più veritiera ma sofferta “università della vita” che lo ha formato ancora meglio e di più. Ecco perché adesso do pubblico l’elogio della sua caratura, certamente dovuta e rafforzata pure dalla sua ultradecennale permanenza “intelligente” in ambienti (non solo svizzeri o milanesi) da cui ha tratto (come ape al miele) gli elementi migliori per se stesso e la sua famiglia. Avrebbe potuto mettere questa sua ricca esperienza e personalità al servizio della nostra comunità, ma lo hanno impedito il suo carattere schivo e riservato, nonché una certa “filosofia di vita” che in parte mi ha svelato e che, in fin dei conti, penso non fosse sbagliata. Giuseppe soleva ripetere: “Ciò che dico a voi non l’ho detto né lo dirò mai a nessuno”. Comprendi bene quale privilegio mi riservava con le sue confidenze. Non ero da meno io.

IO SENZA FIGLI

Prova della sua immensa umanità ed intelligenza ho avuto quando, tra tanto altro, abbiamo affrontato la questione del mio non volere figli. Ovviamente, Giuseppe si sentiva “padre” oltre ogni immaginazione e si diceva assai felice di esserlo stato di tre figli, così come non stava nella sua pelle nel suo essere e sentirsi “nonno”. Queste sue generazioni gli riempivano la vita in modo totale. Di fronte a queste sue generazioni calcolava men che poco ogni altra sua esperienza, quantunque riconosceva che Egli era ciò che era grazie pure a tutto ciò che aveva vissuto e persino per tutto ciò che non aveva potuto vivere ed esperire.

Decidere a 18 anni a non volere figli, come ho fatto io, non è facile da comprendere. E ne ho avuto ampia e spesso dolorosa prova (per incomprensioni e preconcetti vari) con familiari, parenti, amici e gente comune (in particolare con l’impenitente mediocrità e cattiveria di taluni). Invece, Giuseppe è stato uno dei pochissimi che ha compreso pienamente le mie motivazioni e mi ha dato molto conforto questo suo atteggiamento tanto intelligente quanto affettuoso. “Non è da tutti rinunciare consapevolmente alla paternità, che sembra essere un obbligo naturale” mi ha detto, tra tanto altro, per dimostrare il “rispetto” più assoluto della mia ferma e convinta decisione (che perdura ancora, senza alcun rammarico o rimpianto). E, ti assicuro, dopo il dialogo su tale delicatissimo tema, è aumentata la nostra stima reciproca. Gli sono ancora riconoscente.

Giuseppe ha apprezzato pure la mia onestà nei riguardi di quelle ragazze con cui ho interrotto il fidanzamento, anche se mi avevano promesso solennemente che avrebbero mantenuto sino in fondo e senza rimpianti la rinuncia a diventare madri. Cosa che, poi, non è (ovviamente, giustamente e “naturalmente”) avvenuta. Anzi, hanno tutte più di un figlio e sono felici così, come lo sono io nella mia rinuncia alla paternità, pur avendo preso nel 1982 la moglie più giusta nella condivisione dei miei ideali esistenziali.

IL GIOIOSO SALUTO

Caro Tito, vorrei tanto dilungarmi per descrivere una persona così “epica” (a mio parere) come Giuseppe Schiavone. Una persona che in modo unico quanto straordinario infondeva autentica “armonia” … un’armonia che sento in modo gioioso ed esaltante anche adesso mentre scrivo queste pagine a Lui dedicate. Puoi meglio capire come e perché Giuseppe fa parte del mio mondo interiore più vero ed autentico … come e perché è uno dei più efficaci e splendidi cittadini del mio “paese” più personale (quello di “KardarArmonia).

Ti basti sapere un altro esempio, tra i tantissimi che mi ha offerto. Sai che ormai manco da Badolato dalla vigilia di Natale 2012. Ben sei anni, cosa mai avvenuta prima. E mi è così dispiaciuto di non incontrare più Giuseppe e qualche altro più fraterno amico. Tuttavia, accade che alcuni gesti ci commuovano a tal punto che restano impressi dentro di noi con tutto il loro valore e la continua efficacia.

Comunque, fino al 2012, quando ero solito salire spesso al borgo antico di Badolato, trovavo Giuseppe seduto in mezzo agli abituali 4 – 5 amici pensionati su una panchina di Piazza Castello o sui gradini della piccola chiesa dell’Annunziata all’ingresso del corso principale (intenti ad osservare l’andirivieni di gente e a parlare serenamente o con divertimento del più e del meno). Situazioni e atteggiamenti tipici di ciascun piccolo paese del quasi sempre assolato e mite meridione italiano.

Ebbene, appena mi vedeva passare o mentre mi avvicinavo al gruppetto per salutare, Giuseppe si alzava puntualmente e prontamente per venirmi incontro, stringermi la mano, accogliendomi sempre con parole gentili, tanta gioia e cordialità. Gesto che mi commuoveva ogni volta per l’intensità, la sincerità e il famoso “rispetto” che dimostrava (e spesso esibiva) dinanzi a quegli amici che mai si sono alzati, limitandosi ad un cenno (più o meno debole e distaccato) di saluto. Purtroppo, nell’atteggiamento di questi suoi abituali amici di panchina o di gradini, pesavano distanze politiche ed anche gli strascichi della vicenda del “paese in vendita” vissuta da alcuni con le lenti dei partiti e dei denigratori. “Quot capita tot sententiae” … Quante (sono) le teste, altrettanti (sono) i giudizi!

Invece, Giuseppe, persona libera e con una personalità sicura ed autonoma (davvero tanto superiore alla media persino di gente apparentemente elevata), non mostrava alcun timore riverenziale ma anzi rafforzava il suo gesto di stima e di amicizia nei miei confronti, spesso trattenendomi nel pur breve dialogo del saluto accogliente (quando addirittura non lasciava il gruppetto per intrattenermi con i sempre graditi discorsi che spesso intercorrevano tra noi, arricchendomi ogni volta). Ci davamo sempre del “Voi” (anche se L’ho più volte pregato di darmi del “tu”). Lui mi chiamava “professore” ed io “maestro” (non solo perché artigiano ma pure perché lo ritenevo “maestro di vita” per via di tutta l’esperienza vissuta sulla sua pelle ed accumulata anche all’estero). Inoltre, quell’alzarsi dalla panchina o dal gradino per venirmi incontro nel reciproco saluto mi resta la più bella attestazione di affetto e di vera amicizia, oltre che di antico “rispetto” tra compari. E’ un gesto che non dimenticherò mai e che fa brillare di luce propria questa persona così diversa da un contesto che, so bene, amava molto anche se (puoi immaginare) gli andava stretto, come è andato fin troppo stretto a tanti di noi.

La gente dei nostri paesi, infatti, non ha ancora capito che (pur non condividendo talune cose) è necessario quanto vantaggioso avere stima e rispetto (e difendere quasi) persone come noi che, con tanti sacrifici, hanno acquisito altrove nuove e più utili conoscenze da applicare ai nostri borghi senza snaturalizzarli, adattandole alle nostre comunità le quali, altrimenti, si potrebbero fossilizzare divenendo insignificanti. Lo spopolamento dei borghi va evitato, pure evitando divisioni, acredine e quanto altro tra i suoi abitanti (cosa che i partiti e molti loro esasperati tifosi non hanno ancora capito). Puoi ben comprendere, caro Tito, quale e quanto “valore aggiunto” aveva e significava la pacatezza, il rispetto, la cordialità verso tutto e tutti praticati da Giuseppe Schiavone nel suo antico borgo. Un esempio veramente eccellente!

L’EREDITA’ DI GIUSEPPE

2-coniugi-schiavone-giuseppe-e-vittoria-85Le persone (in larga maggioranza) sono convinte che lasciano una eredità (materiale e morale) soltanto ai propri figli (o a chi per loro). Invece ognuno di noi, specialmente attraverso il suo buon esempio personale e sociale, può lasciare ed in effetti lascia almeno una importante eredità morale a tutti coloro che lo hanno conosciuto, in particolare a quelli che (al di fuori della famiglia vera e propria) hanno condiviso rilevanti momenti di vita. Ed è proprio il caso di Giuseppe Schiavone.

In recenti telefonate ai figli e alla sorella Rosa (mia stimatissima cugina) ho esplicato e testimoniato il grande significato che ha per me il loro compianto congiunto. Ho voluto sapessero che condivido con loro e ovviamente a mia modesta ma cospicua misura un’eredità di immenso valore morale, sociale, civile ed affettivo. E lo voglio testimoniare pubblicamente anche qui, attraverso questa lettera, in modo tale che di Giuseppe Schiavone possano sapere pure persone “forestiere” e di ogni dove, oltre che a Badolato.

Quando si piange e si loda una persona che non è più in mezzo a noi (se non nelle forme e nella sostanza del tutto soggettive), spesso si fa riferimento proprio all’eredità-ricordo che si ha e resta di lei. Pure per questo, qualcuno trova la motivazione e persino il “coraggio” di pronunciare a braccio o di leggere un elogio funebre al momento dell’estremo saluto (in chiesa o al congedo). Personalmente ho sempre pensato, sostenuto e spesso proposto che ogni cittadino, che lascia per sempre la sua comunità, meriti e debba essere salutato solennemente dal sindaco (capo amministrativo e simbolico) o da altro rappresentante riconosciuto. E’ sempre bene che le Istituzioni siano vicini anche emotivamente al proprio popolo (te ne ho scritto nella precedente “Lettera n. 225” di mercoledì 07 novembre 2018).

LASCIARE UNA UTILE TRACCIA DELLA PROPRIA VITA

Quindi, ognuno di noi lascia (sempre e comunque, volente o nolente) una qualche eredità morale o, più o meno, un buon ricordo a tutti coloro che lo hanno conosciuto, apprezzato ed amato. Tale realtà inconfutabile ed inevitabile dovrebbe spingerci a vivere nel migliore modo possibile così da dare almeno alle contemporanee e alle più immediate generazioni un ottimo esempio e anche qualcosa di più come, ad esempio, una traccia di scrittura o di altre opere utili alla società. C’è chi vuole andarsene senza infamia e senza lode, chi in silenzio sperando di essere dimenticato. E’ comprensibile, ovviamente. Tuttavia, mi sembrano “vite perdute” coloro che non lasciano nulla di significativo (a parte i figli e qualche immobile) per il progresso e il miglioramento del proprio ambiente, della propria comunità, meglio se dell’intero universo-mondo. Vorrei che niente del vissuto della persona vada perso, poiché ogni persona (buona o cattiva che sia stata) è assolutamente preziosa per rafforzare, vista la sua esperienza, la società. Invece, noi ci limitiamo spesso a godere dell’esperienza e delle opere di altri, senza dare nulla di veramente nostro all’Umanità (a parte le proprie ovvie generazioni, come del resto fanno quasi tutti).

Come sai, caro Tito, sono solito sollecitare tutte le persone (che siano in grado di farlo) a lasciare per iscritto la storia della propria famiglia e della propria esistenza a beneficio di chi viene dopo. Questa forma autobiografica può essere ed è una delle più meritevoli eredità morali e sociali che ognuno di noi possa affidare a tutti e specialmente a coloro che ama di più. Il metodo più semplice ed accessibile a tutti è una semplice e lunga lettera ai figli e/o ai nipoti (anche se lasciata dopo la morte come “testamento spirituale” e di affetto). Non per niente mi sono impegnato alcuni anni nel realizzare una complessa opera di memoria storico-affettiva nei sette volumi del “Libro-Monumento per i miei Genitori” dandone io per primo l’esempio.

Ovviamente, ho proposto pure a Giuseppe Schiavone di scrivere di sé (specialmente della sua lunga esperienza sociale e lavorativa in Svizzera) e della propria famiglia, lasciando una memoria della sua vita, dei valori in cui ha creduto. E, poiché Egli aveva un profondo e accattivante senso dell’essere e del dover essere, ho pure suggerito di evidenziare le proprie convinzioni umane e sociali.

Giuseppe, pur ritenendo interessante la proposta, mi ha detto che la sua famiglia sa quanto amore ha versato. In quanto ai figli, mi ha ricordato che ha fatto di tutto (il possibile e l’impossibile) per aiutarli a farsi un futuro. Di più non poteva fare. Per tutto il resto, ha sempre rispettato tutti, per cui sarebbe bastato il suo esempio quotidiano. Ovviamente ho rispettato questo suo dire e non ho insistito più di tanto.

Devo essere sincero. Ho avuto l’impressione che avrebbe accettato questa mia proposta se l’avessi fatta quando ancora Giuseppe era in Svizzera. La scrittura avrebbe, tra l’altro, riempito le sue solitudini. Però, da pensionato (ormai psicologicamente e fisicamente stanco per l’enorme sforzo esistenziale sostenuto per se stesso e per la propria famiglia) non se la sentiva. Non so se poi ci ha ripensato ed abbia scritto qualcosa, magari per i nipoti per i quali, come qualsiasi nonno che si rispetti, stravedeva (pure sostenuto dall’idea che il suo sangue e il suo lavoro avevano generato meravigliosi eredi di cui andare fieri).

Mi sono più volte detto che avrei potuto fare di più con e per Giuseppe Schiavone, se solo fossi stato maggiormente o continuamente presente in Badolato. Ma il mio esilio ha provocato pure una mancata testimonianza di vita non solo con Giuseppe ma con tanti altri, alcuni dei quali ancora oggi mi ripetono “Ah! Se ci fossi tu a Badolato!…”. Rispondo: “Chiedetelo agli Amministratori comunali”.

Avere uno scritto da Giuseppe Schiavone era per me un doveroso obbligo sociale, poiché attraverso la sua esperienza di vita e di emigrazione avrei potuto raccontare l’epopea migratoria dei badolatesi, a loro volta rappresentanti del più vasto esodo non soltanto meridionale. Un’epopea migratoria che oggi è scritta ed interpretata da tutti quei migranti che bussano alle nostre frontiere e a quelle delle altre potenze tanto ricche quanto egoiste ed escludenti. Con Giuseppe avrei potuto fare un lavoro davvero memorabile poiché Egli stesso era una figura epica, come già accennato. E come tale avrebbe diritto di essere ricordato e raccontato molto di più che questa semplice e breve lettera.

IL MASSIMO DELLA SUA GENERAZIONE

badolato-rione-mancuso-visto-dal-cvonventoCaro Tito, da alcune delle centinaia di lettere fin qui pubblicate, avrai ben compreso che le generazioni sono una mia costante passione. Pure per questo mando avanti (incessantemente dal 1993) il lavoro dell’Università delle Generazioni che ancora attrae interesse ed è seguita da molti. Riguardo Giuseppe Schiavone (che appartiene alla generazione di coloro che sono nati tra le due guerre mondiali e ne hanno subìto da bambini la seconda) penso che Egli non abbia potuto, pur volendo, dare di più. Sono convinto che abbia dato il suo massimo possibile, non tralasciando nulla di intentato. Tanti della sua generazione, con le stesse premesse e nelle stesse condizioni, non hanno espresso e dato più di lui (almeno onestamente). Pure per questo motivo la mia stima per Giuseppe è sconfinata e incondizionata. Non si è risparmiato affatto!

SALUTISSIMI

Caro Tito, sebbene a malincuore e pur volendo dire e fare di più per Giuseppe Schiavone da me tanto stimato con ammirazione ed affetto, ed anche con sincera devozione (come si addice per coloro che non si sono risparmiati nella vita ed hanno fatto del tutto onestamente il massimo possibile e, spesso, più del loro dovere), questa lettera termina qui. Coltivo la speranza che qualcuno tra i figli e nipoti si possa soffermare su Giuseppe descrivendolo molto meglio di come ho potuto fare io con questo convinto e profondamente sentito omaggio fraterno. Il nostro appuntamento viene adesso affidato alla prossima lettera n. 227. Grazie e a presto!

Domenico Lanciano (Azzurro Infinito, 12 novembre 2018 ore 09,09) Le foto mi sono state fornite dai figli

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