Di seguito il testo integrale della lettera che Michele Bisignano, Assessore provinciale di Messina, ha indirizzato al Presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta: << Egregio signor Presidente, sulla base dell’esperienza acquisita, senza indulgere in logiche di appartenenza, in quasi un quinquennio da amministratore di una delle nove Province regionali siciliane, oggi nell’occhio del ciclone, sottopongo alla sua attenzione alcune considerazioni, in quanto nel corso del mio impegno politico-istituzionale non ho mai smesso di esprimere liberamente le mie opinioni, anche quando le stesse fossero apparse impopolari o controcorrente.

La mia presa di posizione non vuole assolutamente rappresentare una sorta di difesa d’ufficio di una eventuale “casta”, di cui peraltro non mi sono mai sentito partecipe, ma solo un modesto contributo propositivo e costruttivo perché mi sembra che l’approccio dato alla problematica riguardante le Province vada modificato, correlandolo a un ragionamento complessivo sul necessario riassetto delle autonomie locali nella nostra regione.

Ragionamento che non può non tenere conto della particolare e critica situazione economico-finanziaria del Paese, che ha avuto e avrà forti refluenze negative sulle autonomie locali e sui servizi espletati da tali realtà istituzionali. Un disegno che deve coinvolgere la Regione, e la sua ipertrofia burocratico-amministrativa, l’ente intermedio, comunque lo si voglia definire, e i Comuni. Ciò all’insegna della razionalizzazione ma, soprattutto, di un nuovo modello di sviluppo che porti anche a un miglioramento dei servizi per il territorio e i territori, che al di là dei nominalismi rimangono con le loro esigenze e le loro istanze, che però possono avere meno possibilità di essere portati avanti con i particolarismi localistici e le frammentazioni. A fronte, invece, di altre realtà nazionali, e non solo, dove si annuncia la creazione di macro o di micro regioni.

Ciò significa che, soltanto con un progetto di ridefinizione delle funzioni e dei ruoli, il nuovo soggetto istituzionale intermedio, presente peraltro in tutti i maggiori Paesi europei, potrà avere una sua significazione funzionale come soggetto promotore di sviluppo. Partendo da un trasferimento di competenze e di relative risorse dalla Regione, in relazione alle cosiddette “politiche di rete” per quanto riguarda il ciclo integrato dei rifiuti e il sistema idrico integrato, la pianificazione strategica territoriale, il sistema dei trasporti e la sicurezza del territorio. Con una particolare attenzione alle politiche di “area vasta”, richiamate dalla normativa comunitaria con la ripresa di un’impostazione data anni fa dal professor Robert Leonardi, chiamato a coordinare la programmazione e la gestione dei fondi Po Fesr e poi messo bruscamente da parte, che vedeva l’ente intermedio come soggetto di coordinamento e di armonizzazione degli interessi dei cosiddetti Acot (Ambiti di coesione territoriale provinciali) per l’utilizzo produttivo, finalizzato allo sviluppo e all’occupazione, dei fondi strutturali. Esigenza che si pone con forza anche oggi per quanto riguarda la programmazione 2014-2020, che costituisce l’ultima possibilità di reperimento di tali fondi, per la Sicilia, come facente parte delle regioni svantaggiate inserite nell’Obiettivo 1. E’ evidente che ciò dovrebbe portare anche a un trasferimento ai Comuni, o ad altri soggetti, di attuali funzioni e servizi definibili di prossimità alla persona, attualmente espletati dalle Province, e all’individuazione di nuovi meccanismi di gestione per i cosiddetti Comuni minori, soggetti a un continuo depauperamento e non più in condizione di affrontare le spese di gestione.

Desidero evidenziare un altro aspetto di non poco conto: nel momento in cui si fa sempre più forte la voglia di partecipazione e di coinvolgimento dei cittadini, con i Liberi consorzi – che sono stati peraltro sperimentati con risultati fallimentari come nel caso delle istituzioni assembleari degli Ato rifiuti – e così come preannunciato, vedranno i loro organi di amministrazione eletti non direttamente ma nominati da sindaci e consiglieri comunali, si ridurrà la sovranità popolare, che rappresenta uno dei motivi fondamentali per cui le Province sono inserite nella Carta Costituzionale, e soprattutto si ridurrà il controllo democratico su organi che dovranno gestire settori e servizi particolarmente delicati, per i quali sono necessari notevoli flussi finanziari e forti assunzioni di responsabilità.

Per cui ritengo che, se ci si dovesse limitare, così come appare, solo a sacrificare sull’altare dell’antipolitica e del poujadismo, che si va facendo dilagante a causa della mancata rigenerazione e catarsi dei partiti tradizionali, solo le attuali Province, senza pensare invece a una loro profonda rimodulazione, magari con l’individuazione di meccanismi aggregativi, nel contesto di una grande riforma che dovrebbe toccare anche la Regione e i Comuni, si perderebbe una grande occasione che solo oggi può essere colta.>>

 

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