morosinivescovoScritto da SE p. Giuseppe Fiorini Morosini – Per le prossime feste natalizie rivolgo l’augurio più cordiale a tutta la Diocesi. La tradizione al sopraggiungere del Natale ci aiuta a specificare questi auguri: pace interiore ed esteriore, serenità pur tra mille problemi e difficoltà, gioia del ritrovarsi assieme in famiglia per riscoprire il valore dell’unità e della collaborazione amorevole, speranza di vedere realizzati i propri sogni e speranze. Anno dopo anno però, secondo i bisogni e le esigenze vissute o che si profilano all’orizzonte, gli auguri si specificano in vario modo, esprimendo anche contenuti nuovi. Quest’anno voglio proporre due riflessioni, alle quali corrispondono altrettanti motivi di speranza e perciò di auguri. Sono riflessioni legate anche al cammino pastorale diocesano del corrente anno. I – Giorni fa un’emittente televisiva locale mi chiedeva come poter conciliare il sacro e il profano a Natale. Il problema posto esiste e nessuno può nasconderlo: per tanti il Natale è solo una celebrazione esteriore, fatta anche di buoni sentimenti, ma nulla di più. Ma è vero anche che trovare una risposta a tale problema non è difficile: basta riportare tutto ciò che riteniamo sia profano alla sua motivazione originaria, cioè la nascita di Gesù, il Figlio di Dio che diventa uomo. I nostri padri, che hanno creduto prima di noi, hanno dato avvio a tante manifestazioni esteriori di feste, che noi abbiamo ereditato e continuiamo a ripetere, perché hanno gioito per questo dato di fede. Dio si è fatto uno di noi e ci accompagna nel cammino della vita, sorreggendoci nei momenti difficili. Ecco, se riportiamo tutto il tripudio di festa del tempo natalizio alla riscoperta di questo evento, non c’è divergenza tra sacro e profano. Qual è allora il primo motivo di speranza e di conseguente augurio? Che tutti i credenti possano riscoprire la centralità di Cristo nella propria esistenza, ritornare a lui, farlo proprio interlocutore per le scelte di vita: Signore cosa vuoi che io faccia? II – L’altra riflessione, pur partendo dalla teologia, approda all’impegno sociale. S. Paolo nella Lettera ai Filippesi parla del mistero del Natale affermando che il Figlio di Dio, facendosi uomo, svuotò se stesso della condizione divina. Il verbo greco, da me reso con svuotò, è variamente tradotto: si umiliò, si annientò ecc. Tutte le traduzioni, però, dicono in realtà la stessa cosa: nel farsi uomo il Figlio di Dio ci ha dato una grande lezione di umiltà e di amore sino al dono della vita. A Natale allora non possiamo non ricordare che il cristiano deve mettersi al servizio dei fratelli; e questo lo deve fare soprattutto chi ha avuto un qualche mandato di responsabilità nella conduzione della vita associata a qualunque livello della società, nell’amministrazione della cosa pubblica. Non possiamo non collegare la semplicità e l’umiltà della grotta di Betlemme con il gesto dell’ultima Cena, quando Gesù lava i piedi ai suoi discepoli, invitandoli a fare altrettanto e ricordando che non si sarebbero dovuti comportare mai come i capi delle nazioni, che dominano su di esse, ma accettare di farsi grandi diventando piccoli e servi. Ecco un secondo motivo di riflessione e di augurio, che diventa speranza per tutto il nostro territorio. Auguro che tutti possiamo far nostre queste riflessioni, riportandole all’interno delle nostre famiglie. Pensiamo alla famiglia che riscopre la sua vocazione cristiana, confrontandosi ogni giorno sul Vangelo per vivere un rapporto sempre vivo e fresco con Gesù. Ma pensiamo anche a tutti i suoi membri che, nel nome del Figlio di Dio che si annientò facendosi uomo, accettano di impostare le loro relazioni reciproche all’insegna del servizio e del dono, non cercando mai di essere felici da soli o, ancora peggio, cercando una felicità che sia motivo di sofferenza per i propri familiari.

Auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo

Giuseppe Fiorini Morosini, vescovo di Locri-Gerace

Ilfattoonline.com

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