Chi fa acquisti sul web con la carta Postepay e subisce una frode informatica ha diritto a ottenere un rimborso da parte di Poste italiane. L’ha deciso l’Arbitro bancario e finanziario riconoscendo a un consumatore 850 euro di rimborso. Chi fa acquisti sul web con la carta Postepay e subisce una frode informatica ha diritto a ottenere un rimborso da parte di Poste italiane.

 

L’ha deciso l’Arbitro bancario e finanziario, organismo di risoluzione stragiudiziale delle controversie tra clienti e istituti di credito gestito dalla Banca d’Italia. L’arbitro si è pronunciato sul caso di un consumatore cui sono stati sottratti 1000 euro facendo spese con la carta postale prepagata su un sito apparentemente sicuro. Nonostante Poste italiane abbia negato la sua responsabilità, l’Arbitro ha stabilito che dovrà versare 850 euro per risarcire il cliente.

 

Il caso. La truffa è avvenuta in occasione di un normale acquisto su un portale di e-commerce. L’utente ha usato la propria Postepay per il pagamento, ma al momento dell’addebito delle somme gli sono stati sottratti 1000 euro in più dalla carta. Il consumatore ha dunque sporto reclamo a Poste italiane per far valere le proprie ragioni, come previsto in certi casi, ma l’azienda ha negato qualsiasi responsabilità. Tramite una nota, a firma di un generico ‘responsabile’, i funzionari delle Poste si schermivano affermando che il rimborso non era dovuto, visti i requisiti di affidabilità della piattaforma e considerato che i codici di utilizzo della carta erano rimasti segreti: «Da verifiche effettuate – rispondeva l’ufficio reclami – è emerso che il sito viene identificato come attendibile in quanto l’esercente partecipa ai ‘protocolli 3D Secure’».

 

Si tratta di un meccanismo di sicurezza sviluppato da Visa e MasterCard, che accerta la paternità delle transazioni su web, richiedendo una password prima dell’acquisto. L’esistenza di questo tipo di controlli, a dire di Poste italiane, è sufficiente a rendere ingiustificata «qualsiasi iniziativa nei confronti della banca che gestisce gli incassi». Soprattutto alla luce del fatto che le credenziali di utilizzo della carta, note solo al proprietario che è tenuto a custodirle, erano state utilizzate in modo corretto.

 

Se il danno ricade sull’azienda. Fallito il tentativo di accordo con Poste italiane, il consumatore si è rivolto all’Arbitro bancario e finanziario che si è espresso in suo favore, accogliendo in parte il ricorso e condannando le Poste a pagare 850 euro dei 1000 oggetto del raggiro. Nonostante le motivazioni della decisione non siano state ancora rese note, la pronuncia apre la strada a chiunque abbia subito truffe analoghe e voglia ottenere una soluzione al proprio caso in tempi rapidi rispetto a quelli della giustizia ordinaria. Soddisfazione è stata espressa anche dalle associazioni dei consumatori. Secondo Carlo Biasior, direttore del Centro tutela consumatori e utenti di Trento, la decisione è coerente con «la legge sui sistemi di pagamento, la quale impone alle banche o alle società emittenti oneri probatori gravosi. Nella maggior parte dei casi sono le società a dover sopportare i danni conseguenti a truffe informatiche e non i consumatori».

 

L’Arbitro bancario e finanziario, istituito nel 2009, si occupa di risolvere le liti con le banche e istituzioni finanziarie, sia italiane che estere purché operino in Italia. È competente per le richieste di risarcimento fino a 100mila euro successive al primo gennaio 2007 e si pronuncia in massimo 165 giorni. Prima di agire dinanzi a esso occorre sporgere reclamo alla banca, solo in caso di silenzio o di risposta insufficiente si può attivare la procedura. Il ricorso non esclude la possibilità di rivolgersi all’autorità giudiziaria, in caso di decisione negativa. La banca che soccombe nel giudizio e non rispetti il provvedimento dell’Arbitro è segnalata online, anche sul portale della Banca d’Italia.

Fonte: canali.kataweb.it – Erika Tomasicchio – (26 Marzo 2012)

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